venerdì 6 gennaio 2012

Il Gorilla Albino



Il Gorilla Albino - Italo Calvino 1983

Nello zoo di Barcellona esiste l'unico esemplare che si conosca al mondo di scimmione albino, un gorilla dell'Africa equatoriale. Il signor Palomar si fa largo tra la folla che s'assiepa nel suo padiglione. Al di là d'una vetrata, «Copito de Nieve» («Fiocco di neve», così lo chiamano) è una montagna di carne e pelo bianco. Seduto contro una parete sta prendendo il sole. La maschera facciale è d'un roseo umano, lavorata dalle rughe; anche il petto mostra una pelle glabra e rosea, come quella degli uomini di razza bianca. Quel viso dalle fattezze enormi, da gigante triste, ogni tanto si volta verso la folla dei visitatori oltre il vetro, a meno d'un metro da lui; un lento sguardo carico di desolazione e pazienza e noia, uno sguardo che esprime tutta la rassegnazione a essere come si è, unico esemplare ai mondo d'una forma non scelta, non amata, tutta la fatica di portarsi addosso la propria singolarità, tutta la pena d'occupare lo spazio e il tempo con la propria presenza così ingombrante e vistosa.


La vetrata apre la vista su un recinto circondato d'alte pareti in muratura che gli dànno un aspetto di cortile di prigione ma che è in realtà il «giardino » della casa-gabbia dei gorilla, dal cui suolo s'elevano un basso albero senza foglie e una scala di ferro da palestra di ginnastica. Più in là nel cortiletto c'è la femmina, una grande gorilla nera con un piccolo pure nero in braccio:il biancore del pelo non si eredita; «Copito de Nieve» resta l'unico albino di tutti gorilla. 

Canuto e immobile, lo scimmione evoca alla mente del signor Palomar un'antichità immemoniale, come le montagne o le piramidi. In realtà è un animale giovane e solo il contrasto tra il volto roseo e il pelo candido che lo incornicia e soprattutto le tutt'intorno agli occhi gli danno l'apparenza d'un vegliardo. Per il resto, l'aspetto di «Copito de Nieve» presenta meno somiglianze con l'uomo di quello d'altri Primati: al posto del naso le narici scavano una doppia voragine; le mani, pelose e - si direbbe - poco articolate, all'estremità di braccia molto lunghe e rigide, sono ancora in realtà delle zampe, e come tali il gonilla le usa nel camminare, appoggiandole al suolo come un quadrupede.

Ora queste braccia-zampe stringono contro il petto un copertone di pneumatico d'auto. Nell'enorme vuoto delle sue ore, «Copito de Nieve» non abbandona mai il copertone. Cosa sarà questo oggetto per lui? Un giocattolo? Un feticcio? Un talismano? A Palomar sembra di capire perfettamente il gorilla, il suo bisogno d'una cosa da tener stretta mentre tutto gli sfugge,una cosa in cui placare l'angoscia dell'isolamento, della diversità, della condanna a essere sempre considerato un fenomeno vivente, dalle sue femmine e dai suoi figli come dai visitatori dello zoo.

Anche la femmina possiede un copertone d'auto, ma questo per lei è un oggetto d'uso, con cui ha un rapporto pratico e senza problemi: ci sta seduta dentro come in una poltrona, a prendere il sole spulciando il figlioletto. Per «Copito de Nieve » invece il contatto col pneumatico sembra essere qualcosa d'affettivo, di possessivo e in qualche modo simbolico. Di lì gli si può aprire uno spiraglio verso quella che per l'uomo è la ricerca d'una via d'uscita dallo sgomento di vivere: l'investire se stesso nelle cose, il riconoscersi nei segni, il trasformare il mondo in un insieme di simboli; quasi un primo albeggiare della cultura nella lunga notte biologica. Per far questo il gorila albino dispone solo d'un copertone d'auto, un antefatto della produzione umana, estraneo a lui, privo d'ogni potenzialità simbolica, nudo di significati, astratto. Non si direbbe che a contemplarlo se ne possa cavare molto. Eppure, che cosa meglio d'un cerchio vuoto è in grado d'assumere tutti i significati che si vuole attnibuirgli? Forse immedesimandosi in esso il gorilla è sul punto di raggiungere al fondo del silenzio le sorgenti da cui scaturisce il linguaggio, di stabilire un flusso di rapporti tra i suoi pensieri e l'irreducibile sorda evidenza dei fatti che determinano la sua vita...

Uscito dallo zoo il signor Palomar non può togliersi dalla mente l'immagine del gorilla albino. Prova a parlame con chi incontra, ma non riesce a farsi ascoltare da nessuno. La notte, tanto nelle ore d'insonnia quanto nei brevi sogni, continua ad appanirgli lo scimmione, «Come il gonilla ha il suo pneumatico che gli serve da supporto tangibile per un farneticante discorso senza parole, - egli pensa, - così io ho quest'immagine d'uno scimmione bianco. Tutti rigiriamo tra le mani un vecchio copertone vuoto mediante il quale vorremmo raggiungere il senso ultimo a cui le parole non giungono»."

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